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Studiare a casa

Quando un bambino non vuole studiare

9 minuti di letturaAggiornata il

«Non vuole studiare» descrive un comportamento, non la sua causa. Sotto ci sono di solito quattro ostacoli diversi: non capisce il testo, si stanca troppo in fretta, non sa come si studia, oppure non vede il senso di quello che sta facendo. Si somigliano da fuori e chiedono interventi opposti.

Il problema di chiamarla pigrizia

«Non ha voglia» è una frase che chiude. Una volta detta, l’unica strategia che resta è insistere: più tempo al tavolo, più controllo, più conseguenze. E insistere è esattamente la cosa che peggiora tre delle quattro cause possibili.

Conviene trattarla come si tratta la febbre: un segnale che qualcosa non va, non la cosa che non va. Il lavoro utile è capire quale ostacolo c’è sotto, perché quattro ostacoli diversi chiedono quattro risposte diverse, e applicare quella sbagliata di solito non è neutro.

Primo ostacolo: non capisce il testo

È il più frequente e il più invisibile, perché un bambino che non capisce quello che legge quasi mai lo dice. Spesso non lo sa: non ha un termine di paragone per accorgersi che gli altri, leggendo, ottengono qualcosa di più.

Come si riconosce. Raccontagli lo stesso contenuto a voce, con parole tue. Se lo afferra subito, lo commenta, fa domande, il pensiero funziona benissimo: è il canale scritto che si inceppa.

Cosa aiuta. Ridurre il carico di decodifica invece che aumentare il tempo di studio. Leggere insieme ad alta voce alternandosi, spezzare in paragrafi brevi, dare un’immagine a cui agganciare i concetti astratti. E soprattutto non confondere «legge male» con «non si impegna»: insistere qui produce un bambino che associa il libro alla frustrazione, che è il modo più efficace per creare la pigrizia che stavamo cercando.

Secondo ostacolo: si stanca troppo in fretta

A otto o nove anni la capacità di tenere insieme più informazioni mentre se ne elabora una nuova è ancora limitata, e varia molto da bambino a bambino. Quando quel limite viene superato non c’è sforzo di volontà che tenga: la concentrazione cade e basta.

Come si riconosce. Guarda l’orologio, non il comportamento. Se il crollo arriva sempre più o meno allo stesso minuto, indipendentemente dalla materia e dall’umore, è carico. Se invece dipende da cosa deve studiare, è un’altra cosa.

Cosa aiuta. Sessioni più corte e più frequenti, una cosa alla volta, il materiale non necessario fuori dal tavolo. E accettare che finire il capitolo non è l’obiettivo: l’obiettivo è che quello che si è fatto resti.

Terzo ostacolo: non sa come si fa

Studiare è una tecnica, e come tutte le tecniche va insegnata. Quasi nessuno la insegna esplicitamente, e il risultato è che moltissimi bambini adottano da soli l’unica strategia che gli viene in mente, cioè rileggere finché sembra di saperlo. È anche la meno efficace fra quelle disponibili.

Come si riconosce. Chiedi qual è la cosa più importante della pagina. Chi ha un metodo indica una frase e spiega perché. Chi non ce l’ha indica la prima riga, o quella accanto all’immagine, o dice «tutto».

Cosa aiuta. Una sequenza fissa, sempre la stessa, finché diventa automatica. L’abbiamo scritta passo per passo nella guida sul metodo di studio in terza elementare, che è l’anno in cui questo ostacolo compare per la prima volta.

Quarto ostacolo: non ne vede il senso

È l’unico dei quattro in cui il bambino ha ragione, ed è quello che gli adulti liquidano più in fretta. Un argomento che non tocca niente di quello che gli interessa, spiegato con esempi che non riconosce, è oggettivamente difficile da tenere a mente, e non per un difetto suo: la memoria fissa molto meglio ciò che aggancia qualcosa che già c’è.

Come si riconosce. È selettivo. Sui dinosauri o sui pianeti ha una memoria che ti stupisce, sulla stessa quantità di informazioni in un’altra materia non tiene due righe. Se la differenza è così netta, non è capacità.

Cosa aiuta. Costruire un aggancio prima di chiedere di memorizzare. Collegare l’argomento a qualcosa che riguarda lui, dargli un ruolo dentro la storia invece che il posto dello spettatore, partire da una domanda a cui gli interessi rispondere. Non è un trucco motivazionale: è il modo in cui funziona il ricordo.

È anche la ragione per cui esiste EstroPix. Mettere il bambino dentro la storia come protagonista, su un argomento che sta studiando davvero e sugli obiettivi di apprendimento previsti per la sua classe, serve esattamente a costruire quell’aggancio prima che arrivi la richiesta di ricordare.

Quando vale la pena chiedere aiuto

Le quattro cause qui sopra coprono la maggior parte delle situazioni ordinarie, e questa pagina non sostituisce il parere di nessuno. Ci sono segnali per cui conviene parlarne con gli insegnanti e, se lo suggeriscono, approfondire:

  • La lettura ad alta voce resta faticosa, lenta o con errori ricorrenti oltre la fine della seconda elementare.
  • La difficoltà è costante, uguale in tutte le materie e in tutti i momenti della giornata.
  • Compaiono sintomi fisici sistematici prima di scuola o prima dei compiti.
  • La fatica dura da mesi nonostante gli aggiustamenti su tempi, carico e metodo.

Chiedere un parere presto non è drammatizzare: sulle difficoltà di apprendimento il tempo lavora contro, e la maggior parte degli interventi efficaci sono tanto più efficaci quanto prima arrivano.

Domande frequenti

Mio figlio non vuole studiare: è pigrizia?

Quasi mai, e conviene trattarla come l’ultima ipotesi invece che la prima. «Non ha voglia» descrive un comportamento, non la sua causa. Nella grande maggioranza dei casi sotto c’è una di quattro cose: non capisce il testo, si stanca troppo in fretta, non sa come si fa a studiare, oppure non vede alcun motivo per farlo.

Come faccio a capire quale delle quattro cause è?

Con tre prove rapide. Fatti raccontare la stessa cosa a voce invece che dal libro: se così la capisce, il problema è la comprensione del testo scritto. Guarda dopo quanti minuti si spegne: se succede sempre intorno allo stesso momento è carico, non volontà. Chiedigli qual è la cosa più importante della pagina: se non sa dove guardare, è metodo.

I premi funzionano per motivare allo studio?

Funzionano nell’immediato e si logorano in fretta, perché spostano l’attenzione dal contenuto al premio: quando il premio smette, smette anche l’attività, e a volte è più difficile ripartire di prima. Sono utili per far partire un’abitudine breve e concreta, molto meno per costruire interesse.

Quanto dovrebbe durare lo studio a casa alle elementari?

Come ordine di grandezza, dai venti ai trenta minuti effettivi per materia in terza, un po’ di più in quarta e quinta. Conta più la regolarità della durata: due sessioni brevi in due giorni diversi fissano molto meglio di una sessione lunga, e costano meno fatica a tutti.

Quando è il caso di chiedere un parere a uno specialista?

Quando la difficoltà è costante e non dipende dalla materia né dal momento della giornata, quando la lettura ad alta voce resta faticosa o piena di errori ricorrenti oltre la seconda elementare, quando compaiono mal di pancia o mal di testa sistematici prima di scuola, o quando la fatica dura da mesi nonostante gli aggiustamenti. Il primo passo è parlarne con gli insegnanti.

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